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L’ultima frazione

di Chiara Scardaci

L’ultima frazione della staffetta, nella maratona, ti consente di entrare al 32° km e di ricordare dal vivo cosa si prova nella parte finale della distanza regina, che ho avuto la fortuna di correre una sola volta nel 2018, a Milano. 

Dopo il cambio staffetta mi avventuro verso gli ultimi 10 km della #AceaRomeMarathon e guardandomi intorno vedo molti visi stanchi, trasformati sovente in vere e proprie smorfie, testimoni del dolore che i tanti km percorsi possono provocare al corpo di un maratoneta, qualunque sia la sua storia, il suo allenamento, la sua velocità. 

L’ultima frazione è magica… la resistenza al dolore è tangibile, si sente nei passi pesanti, nel respiro sottile o affannato, nel sudore di chi non si aspettava certo questa temperatura sopra i 20 gradi, dispensata dalla città eterna senza traccia di avidità. 

Osservando i partecipanti, difficile scommettere nemmeno un centesimo che possano correre ancora altri 10 km e spicci e invece… dietro tutta quella sofferenza si cela il mistero della mente, che spinge il corpo a non soffermarsi sulle sensazioni della fatica e ad andare avanti sino alla fine. 

Guardo gli atleti amatoriali a cui appartengo dosare le proprie energie, scegliendo di camminare, rallentando, ma soprattutto insistendo e persistendo, con quella tigna mentale senza la quale non è possibile guadagnarsi la propria medaglia, qualunque sia l’età, la squadra a cui appartieni, la motivazione per cui corri 42 km e 195 metri. 

Mi proietto verso il 7° km di questa ultima frazione, il 39° della maratona, e sento dentro il mio cuore rispetto per chi ha avuto il coraggio di avventurarsi su una distanza così dura e logorante. 

Nell’ultima frazione si vedono pezzi di vita perdersi per sempre lungo il percorso: è la maratona che regala nuove consapevolezze, pretendendo in cambio tutto ciò che c’era prima. 

Mi sento un po’ fuori luogo, io, con i miei soli 10.195 km da percorrere ed il pettorale della staffetta spillato davanti e dietro alla maglia di runandsmile. 

Ma, ad un tratto, mi rendo conto dell’utilità degli staffettisti in mezzo ai maratoneti. 

Qualcuno sfrutta la mia scia, si allinea dietro di me, e succhia un po’ di energia. 

Capita di accennare una parola di conforto, un ce la fai, di regalare un integratore che a me in fondo non serve. 

Continuo la mia corsa e passando per il centro di Roma, la festa inghiotte ogni incertezza, ogni sensazione di inadeguatezza. 

Ci siamo ormai, sfilo davanti all’Altare della Patria, nella corsia dedicata agli staffettisti. 

Vedo l’arco in lontananza e mi emoziono pensando a tutti i mesi in cui non ho potuto correre, al fatto che questi 10 km e spicci corsi con facilità, siano in realtà, per me, una prova finale, per verificare l’avvenuta guarigione del tendine e molto molto altro, dopo 2 anni di cambiamenti continui. 

Anche io ho la mia storia e forse, non è un caso che mi sia toccata la frazione finale… 

Ho tagliato molti traguardi in una gara senza alcun percorso tracciato, dove si poteva solo camminare e schivare i colpi.

Ora, finalmente, posso toccare il nastro della guarigione, buttare dietro le spalle ogni fatica, e riprendere la mia corsa dove l’ho dovuta lasciare. 

#sempreincorsa 

#chiarestorie 

#runandsmile 

Chiara Scardaci

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