PSICOLOGIA

CORRERE LA SFIDA PIU’ GRANDE E’ NELLA TESTA

Per molti, l’immagine del runner evoca fatica fisica, muscoli tesi e fiato corto. Ma chi corre
per passione sa che le vere montagne da scalare spesso si ergono nella mente, non lungo il
percorso. La corsa amatoriale, quella fatta per salute, benessere o piccoli traguardi
personali, nasconde un paradosso: più ci si allena, più il corpo si adatta, mentre la mente
continua a tendere trappole sottili.
La motivazione, l’energia che spesso vacilla:
Alzarsi all’alba con la pioggia che batte contro la finestra, infilarsi le scarpe dopo una
giornata di lavoro, resistere alla tentazione del divano quando ogni fibra muscolare sembra
urlare il contrario. La motivazione del runner amatoriale è una fiamma che richiede cura
costante, perché brucia senza la benzina della gloria o dei riconoscimenti esterni.
“All’inizio corri per dimagrire, per sfogarti, per quell’obiettivo concreto”. “Poi scopri che
continui a correre per qualcosa di più sfuggente: quella sensazione di pace dopo venti
minuti, quella identità nuova di persona che sa affrontare le difficoltà, quel dialogo silenzioso
con te stesso che altrove non trovi”.
La motivazione, per il corridore per passione, si nutre di rituali: la preparazione dei vestiti la
sera prima, la playlist studiata per i diversi momenti della corsa, l’appuntamento fisso con
l’amico di running. Piccole ancore che tengono salda la volontà quando le scuse si fanno
insistenti.
Lo stress che corre con noi:
La corsa dovrebbe essere antistress, e spesso lo è. Ma quanti si sono ritrovati a correre con
il peso di una discussione non risolta, di una scadenza lavorativa incombente, delle
preoccupazioni quotidiane che sembrano accelerare il battito più della salita? Il corpo corre,
la mente vaga altrove, intrappolata in loop di pensieri che non si placano nemmeno al ritmo
della falcata.
La gestione dello stress nella corsa amatoriale diventa allora un esercizio di
consapevolezza: riconoscere quando si sta trasformando la corsa in un ulteriore obbligo,
quando il cronometro diventa un giudice inflessibile, quando il confronto con gli altri (reali o
delle community online) snatura il piacere dell’attività.
“Ho smesso di portare il GPS per un mese”, “Volevo riscoprire cosa significava correre per
sentirmi bene, non per battere un record. All’inizio è stato come tornare a correre bendato,
ma poi ho ritrovato il piacere di ascoltare il mio respiro, il ritmo naturale del mio corpo, senza
l’ansia della performance”.
La consapevolezza: il segreto della corsa che rigenera:
È qui che si cela forse la più grande sfida e opportunità per il runner amatoriale: trasformare
la corsa in una pratica di presenza. Mentre il corpo si muove in modo ripetitivo, la mente
tende a vagare tra passato e futuro, perdendo l’unico momento che esiste veramente:
questo passo, questo respiro, questo panorama che scorre.
In termini psicologici si chiama “mindful running”, ma in fondo è semplicemente ricordarsi di
essere dove si è. Notare la sensazione dei piedi che toccano il terreno, il vento sulla pelle, il
ritmo del respiro che si sincronizza con i passi. Quando la mente scappa a ripensare a quel
commento spiacevole o a preoccuparsi per domani, è utile riportarla gentilmente al “qui e
ora”, alle sensazioni del corpo in movimento.
Questa consapevolezza non è una tecnica da esperti, ma un approccio accessibile a
chiunque: basta iniziare dedicando cinque minuti della propria corsa a notare veramente ciò
che si sta vivendo, senza giudizio.
Il Self Talk (dialogo interiore), l’allenatore invisibile:
Ogni runner ha due voci nella testa: una che incoraggia e una che suggerisce di fermarsi.
“Ancora tre chilometri”, sussurra la prima. “Hai fatto abbastanza, puoi rallentare”, insinua la
seconda. La gestione di questo dialogo è forse l’aspetto più intimo della corsa amatoriale. Il
segreto sta nel non cadere nella trappola e riformulare ogni pensiero negativo in positivo:
“sono forte, ho superato sfide più dure, sono allenato per far quest…”. Non è mentire a sé
stessi, è rafforzare l’identità del runner che si è e che si vuole essere.
C’è chi trasforma le fatiche in mantra (“Leggero e forte”, “Un passo alla volta”), chi visualizza
metafore (immaginarsi come un fiume che scorre, come un animale che corre libero), chi
semplicemente impara a distinguere quando ascoltare il corpo che chiede riposo e quando
invece sta cedendo alla pigrizia mentale.
La bellezza della corsa imperfetta:
Accettare che il vero traguardo per il runner amatoriale non è la maratona, il personal best o
i chilometri accumulati, ma la capacità di fare pace con la propria mente in movimento. Di
accogliere le giornate in cui vola e quelle in cui ogni passo è fatica, senza farne un dramma
o un fallimento.
Perché la corsa, in fondo, è una metafora potentissima della vita: si va avanti un passo alla
volta, si impara ad ascoltarsi, a gestire le difficoltà, a trovare un ritmo proprio in un mondo
che spesso corre troppo in fretta.
E forse è proprio questo che ci porta a tornare a correre, mattina dopo mattina: non la
ricerca della prestazione, ma quella sensazione rara e preziosa di essere completamente
vivi, completamente presenti, completamente noi stessi – con tutti i nostri dubbi, le nostre
fatiche e le nostre piccole, grandi vittorie interiori.
G. Daniele -Psicologo